Fukushima: quegli attimi fatali

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Ieri vi avevo detto che avrei trattato il discorso Fukushima separatamente, ed eccomi qua. Voglio subito chiarire una cosa: tutto quello che segue non è frutto di mie fantasie, ma un preciso resoconto di quanto è emerso dalle indagini fatte dalle autorità mondiali (tra cui la IAEA) e giapponesi, in merito all’incidente avvenuto alla centrale. Tali resoconti sono stati utilizzati anche dal National Geographic Channel per produrre un documentario, che forse alcuni di voi avranno visto nei giorni scorsi su Sky. Cos’è succeso quindi nella centrale nucleare di Fukushima? Di chi è la colpa? Si poteva evitare? Beh, col senno di poi è troppo facile parlare, ma se da una parte è vero che si poteva evitare, o almeno ridurre i danni, dall’altra è vero che alcune decisioni e azioni fatte hanno evitato il peggio. Ma andiamo per ordine.

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Ore 14.26, il Tohoku viene scosso dalla potenza di un terremoto di nono grado, e i 4 dei 6 reattori in funzione alla centrale Daiichi si disattivano, come da protocollo. La potenza del terremoto fa crollare molti tralicci che portano la corrente alla centrale, ma entrano in funzione i sistemi di alimentazione diesel di emergenza, ripristinando la corrente a tutta la centrale. Ore 15.37, lo tsunami, alto 14 metri, colpisce la centrale e allaga gli edifici, compresi quelli in cui sono posizionati i generatori di emergenza. La centrale rimane senza corrente, e questa mancanza di corrente ha due effetti fatali: il primo è l’interruzione delle pompe che iniettano l’acqua nei reattori per raffreddarli; il secondo è che il centro di controllo non ha più modo di monitorare lo stato dei reattori. Due operai muoiono sul colpo, investiti dallo tsunami, gli altri vengono fatti evacuare non appena il livello di radiazioni inizia a salire. All’interno rimangono un gruppo di 50 persone, 50 eroi, chiamati Fukushima 50, che dovranno affrontare la situazione. Nelle prime ore dopo il disastro la situazione è la seguente: i reattori, seppur fermi, non ricevono più acqua per raffreddarsi, il livello di acqua nei reattori cala lasciando le barre di combustibile scoperte, e la pressione e la temperatura salgono velocemente.

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Nel disperato tentativo di ottenere qualche dato dai reattori, il Fukushima 50 smonta le batterie delle auto parcheggiate, e le collega agli strumenti della sala di controllo, ma anche così, riescono ad avere pochi dati dai reattori. Nel frattempo, il governo centrale di Tokyo, sapendo dell’aumentare della pressione dei reattori, intima ai dirigenti Tepco di aprire le valvole di sicurezza dei reattori, per evitare un’esplosione come quella di Chernobil. Purtroppo, sia per difficoltà tecniche dovute all’assenza di luce nella centrale, sia per ritardi nel dare l’ordine agli operai, le barre si fondono ad una temperatura superiore ai duemila gradi centigradi. Questa fusione, chiamata meltdown, provoca una reazione chimica, con lo zirconio delle barre di controllo, che produce alte quantità di idrogeno. Una volta aperte le valvole di sicurezza, l’idrogeno (che è altamente infiammabile) si accumula negli edifici dei reattori (prima nel nr 1 e poi nel nr 3 e nr 4), raggiungendo un punto di saturazione tale da farlo esplodere, distruggendo l’edificio in cemento del reattore nr 1 prima, e del nr 3 e 4 poi.

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In poco meno di 12 ore, ad una velocità più alta di quanto stimato dagli esperti, le barre di combustibile si sono fuse completamente. Ad aiutare il gruppo del Fukushima 50, vengono chiamate diverse squadre di pompieri, per gettare acqua sia sui reattori, che nelle vasche di combustibile esausto. Quest’acqua, a contatto con le barre di combustibile, si carica di radiottività e si riversa nell’oceano. Nel frattempo le radiazioni emesse dai reattori, non a causa dell’esplosione, ma a seguito dell’apertura delle valvole, viene rilasciata nell’aria raggiungendo zone anche al di fuori dell’area di evacuazione posta a 20km. Questa situazione perdurerà per molti giorni, prima che i lavori di ripristino della corrente, e quindi del pompaggio dell’acqua nei reattori, riprendano. Inoltre, alcune tubazioni danneggiate dalle esplosioni, rilasciano per giorni acqua contaminata proveniente dai reattori, che si riversa nell’oceano. Quali sono stati quindi gli errori? Solo fatalità o poteva essere gestita diversamente? Il problema principale nasce oltre 40 anni fa, in fase di progettazione. Preoccupati dai terremoti, gli ingegneri decidono di collocare i reattori il più in basso possibile, abbassando l’area di costruzione di 25 mt, per poter ancorare i reattori alla roccia sottostante, mettendoli così in sicurezza dai terremoti.

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Purtroppo l’aspetto tsunami viene sottovalutato e vengono commessi due gravi errori: il primo è l’insufficiente altezza del muro anti tsunami, solo 6 mt, il secondo è che i generatori diesel di emergenza vengono posti sottoterra, facili prede di un’allagamento. Questi aspetti, di fatto, sono la principale causa del problema, un’errore umano in fase di progettazione. In aggiunta a questo, la Tepco ha peggiorato la situazione, tardando volutamente nel dare valutazioni precise al governo (nel vano tentativo di salvare i reattori), e ha tardato a dare indicazioni ai suoi tecnici (sempre per lo stesso motivo), perdendo troppo tempo prezioso che avrebbe potuto evitare le esplosioni. Se però, le valvole non fossero state aperte, e non fosse stata gettata tutta l’acqua grazie ai pompieri, la situazione sarebbe stata peggiore. I vessel avrebbero continuato a surriscaldarsi, e la pressione sarebbe aumentata a tal punto che avrebbe causato un’esplosione uguale a quella di Chernobil, proiettando negli strati alti dell’atmosfera il materiale radioattivo. Specialmente il reattore nr 3, l’unico dei quattro ad usare il plutonio come combustibile nucleare, avrebbe creato danni ben più gravi e duraturi. Se le radiazioni avessero raggiunto gli strati alti dell’atmosfera, queste avrebbero raggiunto zone ben oltre il Giappone, creando un danno ambientale simile, se non peggiore, a quello di Chernobil.

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Un’altra verità emerge da uno speciale creato dalla NHK, basato sul racconto e sulle interviste fatte a due tecnici del Fukushima 50, che hanno chiesto l’anonimato. La centrale aveva un terzo dispositivo di emergenza, chiamato a condensatore. Questo dispositivo non necessita di corrente per funzionare, ma sfrutta la stessa pressione e vapore creati dai reattori per funzionare. Una volta attivato, con la semplice apertura di una valvola,  questo dispositivo è in grado di raccogliere il vapore creato dal reattore e, facendolo passare attraverso tubi di raffreddamento, lo ritrasforma in acqua, rimettendolo in circolo nel reattore. Questo circolo chiuso avrebbe impedito che le barre di combustione rimanessero esposte, con tutto quello che ne è conseguito. Purtroppo però, il manuale di questo macchinario era stato tradotto in maniera incompleta da quello originale in inglese, e per stessa ammissione dei tecnici, nessuno di loro sapeva come funzionasse esattamente. Se questa testimonianza corrisponde a realtà, e non vedo perchè non dovrebbe visto che è una chiara ammissione di colpa, è palese come la situazione avrebbe potuto essere contenuta in maniera molto più efficace, riducendo al minimo le emissioni di radiazioni.

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La quantità di materiale radioattivo rilasciato nell’acqua e nell’aria è stato valutato in un decimo di quello di Chernobil, e anche se la contaminazione avrà una durata di 40 anni, il plutonio del reattore nr 3 avrebbe reso inaccessibili quelle zone per millenni. In tutta questa catena di eventi sfortunati e mal gestiti, un’aspetto però ha giocato a favore del Giappone, ovvero le correnti d’aria. L’80% di tutto il materiale radioattivo è stato spinto verso l’oceano, invece di ricadere in un pesante fallout che avrebbe potuto anche colpire tutta l’area metropolitana di Tokyo. Concludendo, per quanto possano essere imprevedibili eventi naturali come questi, una serie di errori umani in fase di progettazione prima, e di gestione poi, ha portato a questa catastrofe. La Tepco si è rivelata nuovamente inaffidabile nel gestire la situazione, e anche il Governo non ha saputo agire tempestivamente, affidandosi erroneamente ai dirigenti Tepco. L’area di evacuazione avrebbe dovuto essere maggiore, e le comunicazioni alla popolazione avrebbero dovuto essere più tempestive e precise. Molte zone, anche ad 80 km di distanza dalla centrale, sono state contaminate e lo resteranno a lungo, nonostante i primi lavori di decontaminazione siano già stati avviati proprio in questi giorni. Questo è quanto è successo in realtà a Fukushima, al di la di ogni speculazione di sorta, una valutazione non redatta e valutata dall’interno, ma eseguita da enti ed esperti mondiali.