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Nello shintoismo non esiste alcuna chiara visione su dove vadano i tamashii dei defunti. Risulta chiaro che in qualche modo sussiste una vita spirituale: ciò è già insito nel concetto di kami che vengono visti come una sorta di spirito divino, in onore dei quali vengono celebrati i matsuri. Yoshikawa Koretari fu tra i primi a riflettere sul concetto della vita e della morte, e sostenne che dopo la morte gli spiriti vivevano eternamente nello Hi-no-wakamiya (日之少宮) dove coadiuvavano la creazione del cielo e della terra. Anche Motoori Norinaga affermò che lo spirito dei defunti permane in questo mondo, ma in funzione del benessere degli esseri umani. Secondo quanto tramandato nei templi come pure nei classici shintoisti sussiste una sostanziale distinzione tra nigimitama e aramitama del kami: se il primo simboleggia la pace e la benedizione, il secondo le azioni ardite e coraggiose. E dunque in alcuni templi troviamo più kami consacrati: per esempio a Ise jingū, Amaterasu-ōmikami consacrato al tempio interno (naikū), e Toyuke ōkami a quello esterno (gekū). Nel Nihon shoki si narra che, al tempo della conquista della Corea, il nigimitama di Sumiyoshi kami abbia protetto la sua vita, mentre il suo aramitama ne abbia guidato la forza militare navale. Tuttavia tale distinzione sembra ardua oggi tra i kami comunemente venerati nei templi. Il concetto di mitama è insito anche nel concetto di ningenkan (人間観). Possiamo, infatti, dedurre, sulla base dei riti ancestrali dedicati agli antichi imperatori, che il mitama risieda pure negli esseri umani; e così i senmyō (宣命, decreti imperiali) contenuti nello Shoku Nihongi fanno riferimento al mitama degli antenati della famiglia imperiale. Tali rituali diminuiranno dopo il XVI secolo, a seguito dell’introduzione del Buddismo e dello shinbutsu shuugo. Soprattutto dopo il danka seido (檀家制度, sistema di registrazione dei templi buddisti), i riti dedicati agli spiriti delle persone verranno considerate come essenzialmente di matrice buddista. Di contro, nel periodo Heian, si assisterà al graduale consacramento degli spiriti delle persone nella qualità di kami, a incominciare da Sugawara no Michizane quale Tenjin Tenma. Soprattutto durante il periodo moderno, diventò un’usanza comune consacrare come kami gli spiriti delle persone che avevano dedicato la loro vita al servizio dello stato, a un feudo, a un villaggio o ad altri gruppi di persone (per esempio il mausole di Tōshōgū dedicato a Tokugawa Ieyasu). In questi casi lo spirito dei defunti si comporta similarmente allo spirito dei kami. Dunque sembra presumibile che gli spiriti degli esseri umani abbiano il potenziale per diventare kami. Secondo la visione shintoista della natura ogni sostanza spirituale sembra soggiacere nei fenomeni naturali, nelle piante e negli animali, e talvolta persino in oggetti fatti a mano. I fenomeni naturali si riteneva fossero controllati dalla volontà dei tamashii che vi dimoravano, e dunque evenerati come kami. Similarmente anche animali, che venivano ritenuti vicini agli umani per il loro comportamento, venivano venerati. Motoori Norinaga definì kami “qualsiasi entità che possiede una forza superlativa, solitamente non riscontrabile nel mondo”, e dunque includeva le volpi e i lupi, e ancora altri animali nella categoria dei kami. In merito agli oggetti fatti a mano bisogna ricordare, nella mitologia shintoista, la spada Kusanagi, ritrovata dentro Yamata-no-orochi e consacrata quale kami al tempio di Atsuta Shrine. Ciò che sembra accomunare i reami dei kami, degli esseri umani e della natura sembra essere proprio la comunanza del mitama quale sostanza spirituale. Tutto è stato prodotto dai kami, e quindi qualsiasi elemento ne condivide l’essenza: non bisogna tralasciare che la volontà dei kami è sempre all’opera nella continua genesi e crescita del mondo, come testimoniato da narrazioni mitiche quali il kamiumi e il kuniumi.

Reikonkan – la visione shintoista dell’aldilà 2018-05-28T09:38:17+00:00 Marco Milone