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I primi artisti ukiyo-e erano fortemente influenzati dai principi della composizione classica della pittura cinese, ma gradualmente riusciranno a creare un linguaggio visivo autoctono. Inizialmente, gli artisti ukiyo-e furono definiti “Primitivi” in quanto il mezzo della stampa era una nuova sfida che richiedeva l’adattamenti di tecniche centenarie.

Ciò che maggiormente contraddistingue e risalta nell’ukiyo-e è la linea piatta, ben definita e Suzuki nella sua intensità. Le prime stampe erano monocromatiche, e queste linee erano gli unici elementi stampati; anche successivamente, con la diffusione del colore, questa linea caratteristica continuò a dominare. La composizione dell’ukiyo-e è nota per la disposizione delle forme negli spazi piatti, caratterizzati da un unico piano di profondità: tutta l’attenzione risulta orientata verso le relazioni verticali e orizzontali di dettagli come le linee, le forme e i pattern. La composizione è solitamente asimmetrica, e la visuale è inusuale negli angoli proposti. Non tutti gli elementi dell’immagine vengono ben inquadrati, piuttosto spesso sono ritagliano come a conferire un senso di spontaneità alla composizione. L’estetica delle aree piatte del colore contrasta con la modulazione del colore tipica della tradizione occidentale, ma pure con le tradizioni contemporanee dell’arte giapponese patronizzata dalle classi nobiliari, come la sottile monocromia tipica dello zenga o i colori tonali della scuola di pittura Kanō.

I complessi pattern colorati e appariscenti e le pose dinamiche e tese dei soggetti ebbero un forte impatto sull’estetica tradizionale giapponese. Gli ukiyo-e presentavano un approccio inusuale alla prospettiva grafica, apparentemente sottosviluppato se comparato alle scuole di pittura europea dello stesso periodo. La prospettiva geometrica, tipica della pittura occidentale, diventerà più comune in Giappone solo dopo il 1777 grazie ai pittori del clan Akita, ma già nella pittura cinese era presente una metodologia diversa che consentiva di creare profondità attraverso l’uso omogeneo di linee parallele. Gli artisti ukiyo-e, nel corso della storia, combineranno le tecniche occidentali con quelle cinesi, conferendo un senso di illusione prospettica e al contempo una forte espressività alle zone in primo piano; successivamente tali tecniche verranno armonizzate con le proprie necessità espressive e compositive. Hokusai, con La grande onda, adotterà un altro metodo mutuato dalla pittura buddista, ovvero la composizione cinese tripartita, secondo cui a una grande forma (la barca) in primo piano, ne seguiva una minore e una ancora più piccola (il Fujiyama) sullo sfondo.
Una tendenza comune sin dalle prime ukiyo-e sarà l’assunzione di pose dalla torsione innaturale, che verrà definita posa serpentina dallo storico d’arte “Midori Wakakura”. Motoaki Kōno, un altro storico d’arte, ha sempre sostenuto che tale posa derivasse dalla tradizionale danza buyō dance, mentre il critico Haruo Suwa le ha intermpretate come semplici licenze artistiche.

I soggetti tipici degli ukiyo-e sono bijin-ga (美人画, ritratti di belle donne), yakusha-e (役者絵, attori kabuki), shunga (春画, arte erotica), kachō-ga (花鳥画, fiori e uccelli), kaidan (怪談, fantastico), fūkei-ga (風景画, paesaggi) e meisho-e (名所絵, strade famose). Tale suddivisione dei generi vide una drastica modifica nel 1840 dopo la Riforma Tenpō che abolì la ritrattistica di attori e cortigiane, e ciò indusse molti artisti a reindirizzarsi verso un nuovo genere: la rappresentazione di scene storiche e mitologiche.

I bijin-ga erano solitamente rappresentazioni di cortigiane che permettevano alla classe media di avere un’immagine di una di queste bellezze che la classe media difficilmente avrebbe potuto avvicinare. All’epoca di Utamaro, era frequente che tutte le belle donne fossero designate nominativamente sulle stampe che le rappresentavano; ma con gli editti della censura, a partire dal 1793, si proibì di far figurare il loro nome, a eccezione delle cortigiane dello Yoshiwara. Alcuni artisti, come Utamaro, continuarono a far figurare il nome dell’interessata sotto forma di rebus; quindi la censura reagì proibendo tali rebus, a partire dall’agosto 1796. Fu in modo quasi sistematico che gli artisti dell’ukiyo-e si volsero verso i bijin-ga, a eccezione di artisti concentrati unicamente sul kabuki, come Sharaku. A Edo, i due maggiori poli d’attrazione per gli artisti erano il quartiere riservato di Yoshiwara e il teatro di kabuki. L’interesse per il kabuki era tanto più grande quanto più contribuivano alla pubblicità dei teatri e alla notorietà degli attori che rappresentavano. Gli artisti quindi ebbero un ruolo centrale nei teatri, e talvolta la loro attività commemorativa poteva riguardare più generalmente una rappresentazione scenica piuttosto che un solo attore. Parallelamente ai ritratti di attori, si sviluppò la ritrattistica dei lottatori di sumo, a partire dal XVII° secolo, genere particolarmente prediletto da Moronobu.


Gli shunga hanno la loro origine in Cina, presumibilmente dalle illustrazioni dei manuali di medicina durante l’epoca 
Muromachi, ma pure dai pittori erotici cinesi del medesimo periodo, che erano soliti esagerare le dimensioni dei genitali, caratteristica tipica degli shunga anche in Giappone. Inizialmente gli shunga erano rari e riservati agli ambienti di corte, ma diventerà popolare dal XVI° secolo, malgrado gli editti del 1661 e del 1722 che forzarono gli shunga a un mercato clandestino, e pressoché scomparirà all’inizio del periodo Meiji con l’apparizione della fotografia erotica. Beneficiando di una maggiore domanda e prezzi più alti rispetto alle altre stampe regolari, le copie dei shunga venivano prodotti e venduti come enpon, ovvero nel formato di fogli singoli, o talvolta libri. Un altro formato popolare era il kakemono (掛け物 絵), ovvero un singolo rotolo, che tuttavia aveva un elevato costo in quanto ognuno di essi veniva dipinto singolarmente. Il genere fu estremamente popolare anche perché la vendita di un singolo rotolo a un cliente importante poteva fruttare quanto vivere per circa sei mesi.
I personaggi più frequenti dei shunga erano le geisha e soprattutto le prostitute dei quartieri di piacere delle più importanti città giapponesi. Le ambientazioni erano realistiche, dimore, bagni pubblici, postriboli o all’aperto, come lo erano i personaggi, a esclusione degli organi sessuali di notevoli dimensioni.
Spesso venivano regalati alle future spose sicché potessero istruirsi sul sesso, ma talvolta venivano utilizzati dalle prostitute per eccitare i clienti, o ancora dalle moglie dei daimyō, lasciate sole dai mariti per lungo tempo a causa dei loro obbligati soggiorni presso la dimora dello shōgun, oda uomini che non potevano frequentare i quartieri di piacere delle grandi città.

 

Il meisho-e è un genere, già ampiamente diffuso nella pittura cinese, che ebbe una popolarità crescente quando, a fine XVII° secolo, si integrò nell’ukiyo-e l’uso della prospettiva, soprattutto grazie alle serie di Hokusai e di Hiroshige. Se l’arte di Hokusai è animata da uno stile spirituale con composizioni anlitiche, Hiroshige prediligerà sottolineare l’elemento umano, nella sensibilità, all’interno della paesaggistica. Nel periodo Edo, altri artisti, come Ike no Taiga, svilupperanno in parallelo la pittura shinkei, di ispirazione cinese, caratterizzata da un estremo realismo nella riproduzione della natura e da un’accurata rappresentazione dei luoghi.

 

Tra le ukiyo-e non vanno altresì tralasciate le e-goyomi (絵暦), generalmente usaste come calendari, e i surimono (摺物), generalmente usate come cartoline d’auguri; entrambe sono stampe particolarmente lussuose, create su commissione che consentiranno agli artisti di sperimentare tecniche più complesse.

 

 

Stile delle ukiyo-e 2018-02-01T09:13:51+00:00 Marco Milone