Articolo già visitato

Secondo quanto riportato nel Nihon shoki, il buddismo sarebbe stato giunto in Giappone nel 552 attraverso il regno di Paekche (uno dei regni dell’antica Corea). Tuttavia, secondo il Jōgū shōtoku hōō teisetsu, una biografia anonima del principe Shōtoku, e il Gangōji garanengi narabini ruki shizaichō (Cronache del tempio di Gangōji), la dottrina buddista sarebbe stata introdotta già nel 538. Ciò induce a pensare che il buddismo fosse già presente tra clan di immigranti, e sia giunto presso le classi nobili e la corte imperiale solo nel 552. I budda vennero inizialmente denominati banshin (蕃神, o kami stranieri), in contrasto ai kunitsukami (国つ神, kami indigeni). Nel Nihon shoki troviamo scritto che vi fu un conflitto iniziale tra le due dottrine, e ampio dibattito in merito alla questione se accogliere o meno il buddismo presso la corte imperiale. Il buddismo ebbe velocemente un’ampia diffusione, e con la riforma Taika (645), i rituali buddisti furono integrati con i riti scintoisti presso la corte imperiale. Al Nihonkoku genpō zen’aku ryōiki (日本国現報善悪霊異記, Storie miracolose della retribuzione karmica del bene e del male in Giappone), del monaco Kyōkai, si ascrive l’origine delle teorie dello shinbutsu shūgō. Nel periodo Nara (710-794), alcuni jingūji (templi buddisti) furono costruiti insieme ai templi scintoisti, e qui venivano letti sutras innanzi ai kami. Dietro la fondazione del jingūji c’era la teoria che i kami fossero esseri senzienti sofferenti e disperi nel loro sentiero mentre che cercavano la liberazione attraverso i precetti buddisti. Col senmyō (宣命, editto imperiale) dell’imperatore Shōtoku (764-70) venne promossa la visione che i kami fossero gohō (護法, divinità tutelari dei precetti buddisti), sulla falsariga di quando accaduto in India dove le divinità indigene erano state adottate dal buddismo quali divinità tutelari. Se nelle province si diffuse la teoria che i kami erano alla ricerca della salvezza, invece a corte i kami vennero considerati come dei protettori. Lo shinbutsu shugo si diffonderà più velocemente nel tempio di Hachiman, sito a nord del Kyushu, dove la cultura cinese aveva esercitato una maggiore influenza. Hachiman sarà il primo a ricevere il titolo di bodhisattva, già a inizio del periodo Heian. E durante la costruzione del grande Buddha at Tōdaiji, furono evocati i kami per chiedere il loro supporto. Durante i rituali incominciarono essere usati i shinzō (心像、immagini) già adottati nelle pratiche buddiste. Al Nihonkoku genpō zen’aku ryōiki (日本国現報善悪霊異記, Storie miracolose della retribuzione karmica del bene e del male in Giappone), del monaco Kyōkai, si ascrive l’origine delle teorie dello shinbutsu shūgō. Nel periodo Nara (710-794), alcuni jingūji (templi buddisti) furono costruiti insieme ai templi scintoisti, e qui venivano letti sutra innanzi ai kami. Dietro la fondazione del jingūji c’era la teoria che i kami fossero esseri senzienti sofferenti e disperi nel loro sentiero mentre che cercavano la liberazione attraverso i precetti buddisti. Col senmyō (宣命, editto imperiale) dell’imperatore Shōtoku (764-70) venne promossa la visione che i kami fossero gohō (護法, divinità tutelari dei precetti buddisti), sulla falsariga di quando accaduto in India dove le divinità indigene erano state adottate dal buddismo quali divinità tutelari. Se nelle province si diffuse la teoria che i kami erano alla ricerca della salvezza, invece a corte i kami vennero considerati come dei protettori. Lo shinbutsu shugo si diffonderà più velocemente nel tempio di Hachiman, sito a nord del Kyushu, dove la cultura cinese aveva esercitato una maggiore influenza. Hachiman sarà il primo a ricevere il titolo di bodhisattva, già a inizio del periodo Heian. E durante la costruzione del grande Buddha at Tōdaiji, furono evocati i kami per chiedere il loro supporto. Durante i rituali incominciarono essere usati i shinzō (心像、immagini) già adottati nelle pratiche buddiste. Nel periodo Heian ci saranno nuovi sviluppi. Innanzitutto, nel 863 verrà un tenuto un rituale Goryō-e per acquietare gli onryō (怨霊, spiriti della vendetta) e gli ekijin (疫神, demoni responsabili delle epidemie) presso il giardino Shinsen’en nella capitale: sappiamo dalla cronache che il rituale includeva la prostrazione innanzi ai budda, l’esposizione degli insegnamenti buddisti e performance di canto e danza. Inoltre, a incominciare dal tempio Iwashimizu Hachimangūji costruito nel 860, Gionsha Kanjin’in, Kitanogūji e altri templi incominciarono ad apparire come parte di un sistema chiamato miyadera (宮寺) in cui l’amministrazione dei templi scintoisti e buddisti era unificata, e tutti i templi erano posti sotto il management dello shasō (社僧, monaco buddista che presenziava nei templi scintoisti). Nel periodo heian si svilupperà la teoria conosciuta come honji suijaku, una teoria di grande importanza all’interno del sincretismo buddista che affronterà la relazione kami-budda basandosi sulla teoria del hon-jaku-nimon (本迹に門)della scuola Tendai, secondo cui i kami sarebbero suijaku (垂迹, manifestazioni provvisorie) dei budda, considerati lo honji (本迹、vera essenza) dei kami. Dunque, a differenza delle teorie del periodo Nara, lo honji suijaku rese indivisibile il conetto di kami-budda. Alla fine del periodo Heian, a tutti i saijin (祭神, divinità centrali dei templi) vennero attribuiti specifici bodhisattva come loro honji. Malgrado la diffusione delle teorie attinenti allo shinbutsu shūgō, i precetti buddisti non erano sempre ben accetti: lo Ise Daijingūji, il tempio buddissta associato al Grande Tempio di Ise, sarà successivamente ricollocato a una maggiore distanza da quest’ultimo; nel Kōtaijingū gishikichō (皇太神宮儀式帳, 804) si consigliava di evitare la terminologia buddista presso i grandi templi, e pure alcune espressioni buddiste vengono elencate tra gli imikotoba (忌み言葉, parole taboo); secondo i regolamenti del Jōgan-shiki (貞観式) e del Gishiki (儀式), agli ufficiali governativi delle aree centrali e delle cinque aree circondanti l’area della capitale veniva proibita la celebrazione di riti buddisti durante lo maimi e lo araimi (due rituali di astinenza e di purificazione); veniva interdetto l’accesso al palazzo reale ai monaci durante i kōsai (riti pubblici) e gli hōbei (riti di offerta) quando si tenevano pure saikai (riti di purificazione), e purché il rituale fosse classificato come un’osservanza di media-piccola importanza; quando un rito veniva celebrato dall’imperatore, gli ufficiali venivano invitati dall’astenersi da pratiche buddiste all’interno del palazzo per tutta la durata del rito. Nel periodo Kamakura, assistiamo al formarsi di varie scuole scintoiste influenzata dal buddismo, soprattutto Ryōbu Shintō dalla scuola buddista Shingon e Sannō Shintō dalla scuola buddista Tendai. Jihen, un prete Tendai del clan Urabe, adottò la metafora dell’albero per spiegare la teoria konponshiyōkajitsu (根本枝葉果実), secondo la quale la relazione tra lo scintoismo, il confucianesimo e il buddismo era quella di una radice (lo scintoismo) da cui di diramavano “ramni, foglie e frutti” (confucianesimo e buddismo); similarmente proposte anche la teoria shinpon butsujaku (神本仏迹, secondo la quale i kami erano lo honji e i budda il suijaku. Tale teroria sarà centrare anche nello Yoshida Shintō. Nel periodo Edo, grazie all’affermarsi del confucianesimo e del kokugaku il buddismo vide diminuire progressivamente la propria autorità sino a subire pratiche discriminatorie: diversi furono i casi di haibutsu kishaku (廃仏毀釈、movimento anti-buddista) nei quali immagini del budda e oggetti rituali furono distrutti al fine di eliminare quanto rimane nei templi delle pratiche combinatorie kami-budda. A seguito di ciò, il governo implementò una politica di shinbutsu bunri (神仏分離, separazione di scintoismo e buddismo), promulgando, nel 1868, lo shinbutsu hanzenrei (神仏判然令): tale ordinanza includeva l’abolizione dei nomi buddisti per i kami, l’uso di immagini del budda e di oggetti rituali buddisti. Solo nel dopoguerra, con la separazione dei templi dal controllo governativo, saranno nuovamente adottato alcuni rituali combinatori kami-Buddha per far fronte alle richieste della popolazione.

Lo scintoismo e il buddismo 2017-12-07T09:25:40+00:00 Marco Milone