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La collezione di foto “Odo Yakuza Tokyo” è una delle più interessanti opere d’arte legate a Tokyo che siano emerse di recente. Odo significa “retta via“, e le parole yakuza e Tokyo di certo non richiedono spiegazioni. “Odo Yakuza Tokyo” è un’opera di Anton Kusters, un giovane fotografo belga, che ha viaggiato nel quartiere Kabukicho di Shinjuku per documentare la vita quotidiana di una famiglia della yakuza. Questo raro progetto scava in profondità in una parte della cultura giapponese considerata altamente misteriosa all’estero, e riesce a documentare lo stile di vita dei membri della yakuza in modo obiettivo. Pochi non-giapponesi si sono introdotti così in profondità nel mondo della criminalità organizzata, e anche il numero di fotografi giapponesi che hanno ripreso la cultura della yakuza così a fondo sono pochi. L’opera è stata rilasciata nel giugno 2011 in Belgio, ed è stata limitata a 500 copie. Attraverso il passaparola, il volume si è esaurito in meno di un mese. Nel novembre dello stesso anno, una seconda edizione di 2.000 copie è stata ripubblicata, ma anche questa riedizione si è esaurita velocemente. Lo scorso anno, Kusters ha esposto le sue opere a Genk (Belgio), Sydney e Roma, e ha concluso il suo tour a novembre a Liegi, vicino alla sua città natale. Il libro fotografico è la prima serie importante di Kusters come fotografo, ed è nato dopo aver visitato il fratello che viveva a Tokyo nel 2008. Ecco cosa dice in un’intervista realizzata per il libro.

Odo Yakuza Tokyo

'Mi sono trovato a Tokyo con nessuna idea di cosa fotografare. Un giorno, io ​​e mio fratello siamo andati a bere un drink nel suo bar preferito in Kabukicho. Mentre bevevamo le nostre birre, un uomo vestito di tutto punto è entrato nel locale. Egli iniziò a scambiare parole con il proprietario del bar e se ne andò subito dopo. Chiedemmo al proprietario chi fosse, e ci venne detto che quello era un membro importante della yakuza della zona. Quello che vidi era così diverso dall'immagine che mi ero fatto della yakuza che ne rimasi subito affascinato. Chiedemmo quindi al proprietario del bar di intervenire in nostro favore per avere la possibilità di fotografare l'uomo. Naturalmente, inizialmente non ottenni la risposta che volevo. Inizialmente pensarono che lavorassi per qualche giornale o che stessi cercando di fare un rapporto investigativo su di loro. Spiegai che si trattava solo di un progetto artistico destinato ad una raccolta fotografica, non di giornalismo. Alla fine ottenemmo un primo incontro in cui esponemmo il nostro caso e quali fossero le mie intenzioni, e alla fine capirono che non lavoravamo con la stampa, ma ci vollero circa dieci mesi di negoziazioni. Trascorsi i successivi due anni a fotografare la loro vita.'

Odo Yakuza Tokyo

'C'è un ritmo inespresso in quel mondo che va oltre le parole dette, e mi ci volle molto tempo per adattarmi a questo ritmo. Non c'era un o un no detto per sapere quando potevo scattare una foto. Dovetti imparare a intuirlo da solo in base alle circostanze. A volte avrei voluto scattare una foto, ma il coraggio non era sufficiente per andare di persona con loro seguendoli nei loro giri. Questo atteggiamento nervoso iniziò a diventare un fastidio per loro: "Siete venuti qui per scattare foto, dovete agire come un professionista", mi dissero una volta. Da allora iniziai a scattare fotografie attivamente, piuttosto che stare seduto in panchina o nelle retrovie. Non volevo solo "avere il permesso" di fotografare, volevo essere su un piano di parità con loro e sviluppare un buon rapporto. Quindi, prima li incoraggiai a dirmi come volevano essere fotografati, promettendo loro che gli avrei mostrato tutte le foto che ne derivavano. Andavo da Yodobashi Camera quasi ogni settimana per raccogliere le mie stampe per mostrargliele. Dicevano: "Questa si OK", oppure "Questo non va", e così via. Penso che questo processo ci abbia aiutato a costruire una fiducia reciproca mentre il progetto progrediva. All'epoca i membri della famiglia indossavano i loro vestiti e uscivano per il giro notturno. La mia prima esperienza fu proprio quella di andare con loro, e fu davvero emozionante per me. Non c'era alcuna violenza o minaccia in quello che facevano e che potei vedere: erano semplicemente accolti al loro passaggio con degli ossequiosi saluti che restituivano a loro volta. Con solo quei saluti, sembrava che potessero trasmettere messaggi cristallini. Continuai a far foto fino al 2009. Nel 2010, uno dei capi della famiglia, che aiutò notevolmente durante quel periodo, ebbe un collasso e venne ricoverato in condizioni critiche. Ero in Belgio a quell'epoca, così presi tutto quello che potevo e salii a bordo del primo aereo per il Giappone. Arrivato a Shinjuku lo trovai a letto in stato di coma. Gli altri membri della famiglia mi incoraggiarono a prendergli la mano e a parlare con lui, ma non so se le mie parole lo raggiunsero. Qui ci si riferisce sempre a loro come "kingpin", o "yakuza", ma tutto d'un tratto, in quel momento, intravidi il vero lato umano delle cose. Visitai l'ospedale per tre giorni. A tarda notte del terzo giorno, il boss esalò il suo ultimo respiro. Io fui accanto al gruppo lungo tutto il percorso della cerimonia funebre, e loro mi lasciarono fotografare tutto, anche durante la cerimonia della raccolta delle ceneri.'

Odo Yakuza Tokyo

'Quelle foto però, mostravano una cosa troppo privata per essere incluse in questa mostra. E' possibile che potrei trovare un posto per queste foto in futuro. Passai due anni a Tokyo scattando circa 20.000 immagini. Di queste ne feci una parziale scrematura fino a 300, poi finalmente scesi a 92 immagini per la raccolta. Viaggiare in Giappone, far foto, e metterle insieme era tutto un mistero per me. In realtà era la mia prima volta che facevo una raccolta, così ho fatto tutto da me, dal layout al design al tipo di carta da usare per il libro. Le prime 500 copie vennero vendute in meno di un mese. Infine finalmente sentii un senso di realizzazione, un senso di completamento. Tutto era stato fatto con il passaparola, quindi ero stupito che il libro si fosse esaurito così velocemente. Tali proventi coprirono le spese di viaggio e le spese di produzione sostenute fino ad allora. Se non avessi auto-pubblicato il libro e fossi andato da un editore vero, solo con i diritti d'autore sulle cinquecento copie non avrei in alcun modo potuto coprire le spese del progetto. Col senno di poi, questo approccio richiede denaro in anticipo, ma si è molto più liberi con quello che si vuole fare, e si può lo stesso produrre un grande risultato, anche se non si raccoglie un enorme profitto'.

Nel corso dell'intervista, e nel testo del libro, Kusters ha sottolineato che il suo progetto non è un documentario destinato a trasmettere un buon o un cattivo messaggio sulla yakuza. Kusters chiama questo approccio "documentario d'arte". In altre parole, non c'è nessuna dichiarazione qui: in mostra c'è la visione del fotografo, visto attraverso la sua prospettiva.

Odo Yakuza Tokyo

'La yakuza in Giappone non è esclusivamente ai margini della società. In un certo senso, hanno un piede dentro e uno fuori dalla vita sociale quotidiana. In che modo il Giappone rende possibile questa esistenza ibrida? Penso che le foto fatte mi abbiano insegnato un po' di più le sottili complessità della cultura giapponese. La yakuza è un fenomeno tipicamente giapponese, qualcosa di completamente diverso dalla mafia occidentale o dalle triadi cinesi. Per i giapponesi la loro esistenza è una parte del tessuto della vita quotidiana che non è mai stata esplorata e controllata a fondo. Raffigurazioni degli yakuza sono state estremizzate in tabloid, alternando glorificazioni trionfanti a colpe come organizzazioni criminali. Oppure, come per il mio caso, registi e artisti hanno usato la yakuza come uno specchio su cui riflettere i propri sentimenti, con film come "Battles Without Honor and Humanity" e "Outrage", per citarne alcuni.'

Odo Yakuza Tokyo, invece, va oltre le convenzioni giapponesi e propone qualcosa di nuovo, coraggioso e provocatorio allo spettatore. Oltre a questo, l'impatto maggiore deriva dal senso di presenza e di bellezza in mostra, raffigurazioni che vanno al di là delle idee di buono o cattivo. L'artista vuole mostrare solo la bellezza insita in queste scene, una bellezza non dissimile da un'arma perfettamente levigata, una bellezza non dissimile da una morte perfetta.

Odo Yakuza Tokyo - In profondità nel mondo della criminalità organizzata giapponese 2017-04-14T09:00:41+00:00 Godai - 五代