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In Giappone il go arriva dalla Cina tra il V e l’VIII secolo d.c.: ufficialmente si narra che sia stato introdotto da Kibi Makibi che aveva studiato nella provincia di Tang, in Cina, all’inizio dell’VIII secolo, tuttavia il Codice Taihō, datato inizio VII secolo, descrive il go, dimostrando che era già stato introdotto in Giappone.
In verità, la leggenda sembra non corrispondere alla realtà, o riportare una datazione errata: nelle Cronache della Dinastia Sui si parla della passione dei nobili per il go.
Durante il periodo Asuka (592-710), nel 607, durante il regno dell’Imperatore Suiko, il Principe Shotoku consegnò una lettera ai suoi emissari da consegnare quanto prima: “Dal reggente del paese, dove il sole sorge al reggente del paese dove il sole tramonta.”. Ricevendo questa lettera, l’imperatore Sui fu triste, ma l’anno seguente inviò Bunrinro Haiseisei come delegato in Giappone, il quale durante le 608 visite compilò “I registri del regno del Giappone”. Scrisse che i giapponesi erano pii buddisti e che gli piaceva spendere il loro tempo giocando a go, sugoroku e giochi d’azzardo.
Inoltre, nel codice Taiho: Regole per Monaci e Suore, pubblicato nel 701, troviamo un riferimento al go. Il codice Taiho consiste di regole e regolamenti riguardanti la politica, le scuole, l’agricoltura, lo status sociale, etc., con lo scopo di costruire uno stato forte sul modello delle dinastie Sui e Tang in Cina. La sezione “Regole per i monaci e le suore” menziona che, mentre il gioco d’azzardo è proibito, è consentito giocare a go.
I primi rinvenimenti archeologici, in Giappone, risalgono al 700. C’è un deposito chiamato Shosoin a nord-ovest della sala principale, che ospita il Grande Budda, nel tempio di Todaiji a Nara. Qui troviamo molti articoli che sono appartenuti all’imperatore Shomu (701-56), tra cui tre goban e quattro set di pietre, uno dei quali sembra essere un dono del re di Kudara, un antico regno coreano, a Fujiwara no Kamatari (614-69), un nobile di corte.
Nel 712, per la prima volta troviamo l’ideogramma di “go” nel Kojiki (Cronaca di antichi eventi). Altri articoli sul go appaiono nel Fudoki, ovvero nelle cronache delle diverse province del Giappone antico, e nel Kaifuso (Amorevoli raccolte di poesie), intorno al 751.
Kibi no Makibi (695~775) era un ufficiale, oltre che un intellettuale, dell’era Nara. Nato nella regione di Kibi, nel 717 fu inviato a studiare in Cina, a Tang, con Abe no Nakamaro e il prete Genbo, col quale tornò in Giappone nel 735, portando nel paese nuova conoscenza, tra cui il gioco del go. Probabilmente rimase affascinato dalla considerazione di cui godeva questo gioco presso la corte cinese, tuttavia non si hanno notizie storiche che attestino che Kibi no Makibi abbia promosso il go, sebbene il suo nome venga riportato in politica e in importanti progetti locali, quale la costruzione del tempio di Todaiji. La leggenda, che riconduce a lui l’introduzione del go in Giappone, è dovuta a una storia contenuta nel Godansho (江談抄, Storie del maestro Oe) a cura di Oe no Masafusa (1041~1111), un ufficiale e intellettuale dell’era Heyan. Secondo quanto scritto nel Godansho, i cinese sarebbero stati gelosi delle abilità di Makibi tanto da sovraccaricarlo di mansioni sempre più difficili per esporlo a una pubblica umiliazione: tra i vari compiti viene citata la richiesta di sconfiggere un esperto giocatore di go, quando ancora Makibi non sapeva come si giocasse.


Tomba Astana

Durante la notte, chiuso in camera, Makibi ricevette la visita del fantasma di Abe no Nakamaro che era stato condannato a morte dai cinesi, e da questi imparò le regole osservando un goban apparso sul soffitto; quando giunse il momento di giocare la partita, il risultato fu una patta, tuttavia Makibi ingoiò furtivamente una delle pietre avversarie, e così vinse la partita di un punto.
Secondo il rotolo “Illustrante la visita di lord Kibi in Cina”, i cinesi avrebbero somministrato un emetico a Makibi, dopo avere cercato invano tracce della pietra mancante nelle sue feci.
Anche il prete Sramana Seiyo (沙門誓誉), che compilò “Il registro della visita di Abe Nakamaro a Tang” (Abe no Nakamaro Nyuutouki 安部仲麿入唐記), conferma la veridicità della leggenda , secondo cui l'introduzione del go spetta a Makibi, tuttavia riporta una versione differente della storia: Makibi non avrebbe ingoiato nessuna pietra, piuttosto Longchang (隆昌), moglie del famoso giocatore Xuandong (玄東), avrebbe ingoiato una delle pietre di Makibi, realizzando che Makibi stava per vincere di un punto, e dunque la partita si concluse come patta.
La versione di Sramana Seiyo viene confermata successivamente anche da Hayasha Genbi, il quale nei suoi scritti, ha aggiunto una nota al kifu incompleto, spiegando come la moglie di Xuan Dong avesse trasformato una partita vinta per Makibi in patta.
Questa versione della storia divenne tanto popolare da venire narrata nei senryu.

呑む時は妻目を白く黒くする
帰朝した当座一人で打って見せ
Nomu toki wa tsuma me wo shiroku kuroku suru
Kichou shita touza hitori de utte mise
Una volta ingoiata, gli occhi della moglie diventarono bianchi e neri.
Ristabilitasi, per un po' provò a giocare a giocare da sola.

Sebbene non si abbiano certezze sull'autenticità della storia, questa storia rimane importante ai fini della nostra trattazione, quale indicazione del tipo di regole (il conteggio delle pietre catturate influiva già sul punteggio totale), allora adottate in Cina. Inoltre questa storia ha ispirato molti artisti e scrittori, tra cui il famoso mangaka Yumi Hotta, il quale si ispirò a questa vicenda nel caratterizzare il personaggio di Sai Fujiwara in Hikaru no Go.
Solo intorno al 1000 d.c. guadagna popolarità presso l'aristocrazia, come visto nella "Storia di Genji", che ha una ricca descrizione della vita di corte del Periodo Heian (794-1191), ma pure nel "Kokin Wakashu" (Antologia di poesie giapponesi antiche e moderne), compilata dal famoso poeta Ki no Tsurayuki, e in "Il libro cuscino", un libro di riflessioni e di meditazioni di Sei Shonagon.

Partita di go

L'imperatore Daigo era noto per la sua passione verso il Go, e si racconta che durante una partita con Kanren Shonin, il giocatore più forte di quel periodo, abbia scommesso un cuscino d'oro. Il go non veniva apprezzato solo dagli aristocratici, dai preti e dalle donne di corte – gradualmente si andava diffondendo anche tra le classi militari. Si racconta che Kiyohara no Sanehira, fortemente concentrato durante una partita di go, abbia ignorato Kimiko no Hidetake, un parente che era venuto a rendergli omaggio; questo portò a una guerra tra loro. Si presume che fosse giocato anche in ambienti popolari: infatti, per quanto riguarda le arti e forme di intrattenimento, la nobiltà non viveva chiusa in sè stessa, ma era solita mescolarsi col popolo. Nel Giappone medievale, il clero Buddista era libero di andare e venire, ed erano considerati mediatori tra le varie classi sociali. Nel 1199, Genson scrisse il libro “Le regole del go", il più antico libro giapponese sul go, nel quale, oltre le regole, spiega sia le nozioni di tattica sia pure come quale il comportamento da assumere durante una partita.


(tratto dal capitolo "Il go in Giappone" in Storia del go - Marco Milone )

Origini giapponesi del go 2017-10-26T09:15:12+00:00 Marco Milone